Geopolitica del cyberspazio: il nuovo Heartland? La lezione di Mackinder nell’era digitale

Geopolitica del cyberspazio: come regge oggi l’analogia con il paradigma mackinderiano e cosa implica concretamente per chi deve proteggere infrastrutture e informazioni La geopolitica…

Geopolitica del cyberspazio_Rete cibernetica sopra l’Europa

Geopolitica del cyberspazio: come regge oggi l’analogia con il paradigma mackinderiano e cosa implica concretamente per chi deve proteggere infrastrutture e informazioni

La geopolitica del cyberspazio ha un precedente classico: la teoria dell’Heartland di Mackinder.

Nel 1904 Halford Mackinder individuava nell’Heartland, il “cuore” geografico dell’Eurasia, uno spazio capace di conferire un vantaggio decisivo alla potenza che ne avesse acquisito il controllo. Il presupposto era semplice: la posizione geografica può tradursi in potere strategico.

Oltre un secolo dopo, la geografia non è scomparsa. È cambiata la natura degli spazi nei quali il potere si concentra.

Da qui una domanda per la geopolitica del cyberspazio: il cyberspazio può essere interpretato come il nuovo Heartland della competizione strategica?

L’analogia regge, ma deve essere adattata. Il cyberspazio non è un territorio omogeneo, non possiede un “centro di gravità” unico e non può essere “occupato” nel senso tradizionale. La sua rilevanza deriva piuttosto dalla presenza di nodi, infrastrutture, dati e dipendenze la cui centralità può produrre effetti ben oltre il loro perimetro.

Il nuovo Heartland, quindi, non è un luogo, ma un ecosistema digitale strategico.

La geografia non scompare: diventa digitale

Questa trasformazione impone di considerare il cyberspazio secondo una prospettiva trasversale e olistica: un ambiente stratificato e interconnesso nel quale interagiscono dimensioni fisiche, logiche e cognitive-semantiche.

Alla base vi è il livello fisico, spesso meno visibile ma determinante. Data center, reti di telecomunicazione, sistemi satellitari, infrastrutture energetiche e cavi sottomarini costituiscono la componente materiale sulla quale poggia l’intero ecosistema digitale.

I cavi sottomarini rappresentano, in questo senso, un esempio emblematico. Le reti in fibra ottica che attraversano i fondali marini trasportano oltre il 95% dei dati internet e costituiscono una componente essenziale della connettività globale.

La loro rilevanza mostra come la geografia fisica continui a condizionare quella digitale: dorsali, punti di approdo, hub e possibilità di diversificare le rotte assumono una precisa valenza strategica. Un tempo, le antiche rotte commerciali collegavano territori e mercati; oggi le dorsali digitali collegano governi, economie, istituzioni e società.

Se è così, la domanda diventa inevitabile: dove si trova il nuovo Heartland?

Non esiste una risposta riconducibile a un’unica area geografica. Esso emerge piuttosto nei punti in cui si concentrano funzioni essenziali: grandi infrastrutture di connettività, data center, piattaforme cloud, reti satellitari, componenti critiche della supply chain e tecnologie emergenti che consentono di elaborare e trasferire informazioni.

La centralità, dunque, non dipende necessariamente dalle dimensioni di un’infrastruttura, ma dalla quantità di funzioni che dipendono da essa. È qui che il paradigma mackinderiano deve essere adattato: alla centralità territoriale si affianca una centralità funzionale.

Un nodo remoto può essere strategico se da esso dipendono migliaia di processi. Un’infrastruttura apparentemente secondaria può trasformarsi in un punto di pressione se non esistono alternative.

Per chi deve proteggere il cyberspazio, la conseguenza è immediata: non basta mappare gli asset. Bisogna mappare le dipendenze.

Dal controllo dell’infrastruttura al controllo del flusso

È proprio la centralità delle dipendenze a spostare l’attenzione dall’infrastruttura al flusso di dati che essa abilita.

Mackinder guardava al controllo dello spazio anche in funzione delle possibilità di movimento e di accesso alle risorse. Da una prospettiva prettamente logica, nel cyberspazio, una delle risorse strategiche fondamentali è il flusso informativo.

Il dato viene prodotto, trasferito, elaborato, archiviato e nuovamente utilizzato. La sua rilevanza, quindi, non dipende soltanto dal luogo nel quale viene conservato, ma dall’intero ecosistema tecnologico che ne consente l’elaborazione e la trasformazione.

È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale (IA). I sistemi di IA utilizzano i dati come materia prima per l’apprendimento e possono trasformare grandi quantità di informazioni in pattern, correlazioni, previsioni e nuovi modelli interpretativi. Il dato alimenta così un processo nel quale nuove informazioni contribuiscono alla costruzione di conoscenza e capacità decisionali, che a loro volta possono generare nuovi dati e ulteriori possibilità di analisi.

Il valore strategico non risiede quindi soltanto nel possesso dell’informazione, ma nella capacità di controllarla, elaborarla e trasformarla in conoscenza utilizzabile.

È questa capacità di trasformazione a rendere il dato assimilabile, per valore strategico, al “nuovo oro nero”.

Lo strato cognitivo: il territorio invisibile

Se l’infrastruttura rappresenta la dimensione fisica dell’Heartland digitale, lo strato cognitivo-semantico ne costituisce quella meno visibile, ma non per questo meno rilevante.

Piattaforme social e ambienti digitali producono continuamente informazioni su comportamenti, preferenze, relazioni e interessi. Aggregati e correlati, questi dati possono essere trasformati in profili e conoscenza.

È a questo livello che il confine tra informazione e potere diventa più sottile. Il dato non è soltanto qualcosa da proteggere: è anche uno strumento attraverso il quale comprendere comportamenti, orientare decisioni e sviluppare capacità di analisi.

A ciò si aggiunge la persistenza della traccia digitale. Una parte significativa delle informazioni viene raccolta attraverso le piattaforme social, conservata nei data center e può continuare ad alimentare processi di analisi nel tempo. La metafora del dato scritto “non a matita ma a penna” sintetizza proprio questa caratteristica: ciò che viene prodotto nel cyberspazio può lasciare una memoria molto più duratura di quanto l’utente percepisca.

L’Heartland digitale, quindi, non coincide soltanto con i luoghi nei quali transitano o vengono conservati i dati. Comprende anche gli ambienti nei quali quei dati vengono interpretati, correlati e trasformati in conoscenza.

La vera vulnerabilità è la dipendenza

Da questa prospettiva emerge una delle principali implicazioni per la sicurezza: proteggere il cyberspazio significa innanzitutto comprendere dove si concentrano le dipendenze.

Un cloud provider, una dorsale di comunicazione o un’infrastruttura tecnologica possono diventare colli di bottiglia strategici quando la loro indisponibilità produce effetti a cascata su sistemi apparentemente distinti.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: Qual è la vulnerabilità di questo sistema?

Dovrebbe diventare: Cosa accade agli altri sistemi se questo nodo viene compromesso?

La differenza è sostanziale: si passa dalla valutazione della vulnerabilità alla valutazione del rischio sistemico.

È in questo passaggio che la resilienza assume un ruolo centrale. Diversificare i provider dei servizi abilitanti, predisporre alternative, segmentare le reti e ridurre le dipendenze da singoli punti di compromissione non significa soltanto proteggere meglio un’infrastruttura. Significa impedire che un singolo evento possa propagarsi fino a compromettere funzioni essenziali.

Una nuova funzione per l’intelligence

Se cambia la natura delle vulnerabilità, deve cambiare anche il modo di osservarle.

La cyber intelligence non può quindi limitarsi all’identificazione delle minacce. Deve contribuire a ricostruire la “geografia delle dipendenze digitali”: chi controlla un’infrastruttura, dove transitano i dati, quali tecnologie sostengono un servizio, quali provider ne garantiscono il funzionamento e quali nodi potrebbero trasformarsi in punti di pressione.

In altre parole, non è sufficiente sapere quali asset proteggere. Occorre comprendere come sono collegati tra loro e quali conseguenze produrrebbe la loro indisponibilità.

È questa capacità di leggere relazioni, concentrazioni e interdipendenze che consente di passare dalla semplice mappatura delle vulnerabilità alla comprensione dell’architettura strategica del cyberspazio.

Un nuovo paradigma di sicurezza

È in questo quadro che si colloca la seconda edizione, pubblicata nel 2026, di Intelligence e sicurezza del cyberspazio. Rispetto all’edizione del 2022, il volume amplia la riflessione sulla dimensione geopolitica del cyberspazio e sulle sue interconnessioni con tecnologia, intelligence e dimensione umana.

Geopolitica del cyberspazio: il nuovo Heartland? La lezione di Mackinder nell'era digitale

Non si tratta soltanto di aggiornare una materia in continua evoluzione, ma di osservare il cyberspazio come un sistema nel quale infrastrutture, dati, tecnologie e capacità decisionali concorrono alla definizione dei nuovi equilibri di potere.

In questa prospettiva prende forma anche il concetto di “Heartland digitale”: non un territorio fisico da conquistare, ma una rete di infrastrutture, informazioni e capacità tecnologiche la cui centralità può condizionare flussi, dipendenze ed equilibri strategici.

Cambia, parallelamente, il modo di guardare al fattore umano. La persona non è soltanto l’anello debole della sicurezza, ma può rappresentare una risorsa strategica. Errori, vulnerabilità cognitive e comportamentali possono amplificare il rischio; competenza, pensiero critico, creatività e capacità di adattamento possono invece rafforzare la resilienza.

Ed è proprio la resilienza a segnare uno dei passaggi più significativi di questa prospettiva. Difendere non basta più. In un ecosistema digitale sottoposto a perturbazioni, attacchi e cambiamenti continui, la sicurezza deve comprendere anche la capacità di assorbire l’impatto, adattarsi, recuperare e garantire la continuità operativa.

Questo rende la sicurezza del cyberspazio un sistema dinamico nel quale pubblico e privato sono chiamati a sviluppare forme di cooperazione sempre più concrete. Protezione delle infrastrutture, condivisione delle informazioni, gestione delle dipendenze e capacità di risposta convergono così verso un obiettivo comune: preservare la continuità delle funzioni critiche da cui dipende il Paese.

L’Heartland del XXI secolo

Ma la questione centrale rimane quella posta dal paradigma di Mackinder: dove si concentra oggi il potere nella geopolitica del cyberspazio?

La risposta non può più essere soltanto geografica.

Il potere tende a concentrarsi nei luoghi e nei nodi nei quali convergono infrastrutture, dati, capacità tecnologiche e dipendenze: nei cavi che collegano i continenti, nei data center, nelle reti satellitari, nelle piattaforme che raccolgono informazioni generate dalle interazioni cognitive degli utenti, che poi l’IA trasforma in conoscenza.

Per chi deve proteggere infrastrutture e informazioni, la conseguenza è concreta: passare dalla difesa dell’asset alla comprensione dell’ecosistema; dalla vulnerabilità isolata alla dipendenza; dalla protezione del perimetro alla resilienza della rete.

È qui che l’analogia con Mackinder trova la sua utilità.

Non perché il cyberspazio sia un nuovo territorio da conquistare, ma perché, come nell’Heartland originario, alcune posizioni possono conferire a chi le controlla un vantaggio strategico capace di propagarsi ben oltre i loro confini.

La differenza è che oggi quelle posizioni possono essere fisiche e virtuali, infrastrutturali e cognitive, visibili e invisibili.

L’Heartland del XXI secolo non è necessariamente un luogo. È il punto della rete dal quale dipendono gli altri.

E per chi deve difenderlo, la prima forma di sicurezza non è sapere soltanto cosa proteggere.

È sapere da cosa dipende tutto il resto.

Profilo Autore
Calogero Vinciguerra

Calogero Vinciguerra è laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e ha conseguito un Master universitario in Sicurezza Informatica e Cybersecurity – Security Manager. Nel corso della sua carriera ha sviluppato un profilo multidisciplinare, integrando competenze teoriche ed esperienze addestrative e operative in contesti sia nazionali che internazionali.
Ha collaborato con organismi della NATO e dell’Unione europea, contribuendo allo sviluppo di iniziative nei settori dell’information assurance, delle operazioni cibernetiche ed elettromagnetiche e delle politiche di sicurezza legate al programma spaziale europeo. In tale ambito, ha fornito un contributo significativo all’evoluzione dell’architettura europea di risposta alle minacce spaziali.
È autore di saggi sui temi della sicurezza e dell’intelligence, tra cui: Intelligence e sicurezza del cyberspazio – seconda edizione (2026), SPAZIO & CYBER. Intersezioni, convergenze e scenari emergenti (2024) e Intelligence e Competitività Economica (2024).

Condividi sui Social Network: