Velvet Ant, dieci anni dentro il sistema di login: l’APT cinese che riscrive la fiducia nelle reti isolate

Velvet Ant ha modificato PAM e OpenSSH per spiare una rete isolata per quasi dieci anni: l’APT cinese e la difesa che si sposta dal patch alla verifica di integrità.

Velvet Ant, dieci anni dentro il sistema di login l'APT cinese

Per quasi un decennio il gruppo Velvet Ant, riconducibile alla Cina, è rimasto nascosto non sui server più sorvegliati, ma dentro il meccanismo che decide chi può accedere a quei server. La società di incident response Sygnia ha ricostruito, in una ricerca pubblicata l’11 giugno, l’operazione battezzata Operation Highland: l’attore ha modificato i componenti di autenticazione di Linux, PAM e OpenSSH, per garantirsi una persistenza che i normali interventi di bonifica non riuscivano a raggiungere. Le tracce più antiche risalgono al 2016. Più che un singolo incidente, è la fotografia di una dottrina di spionaggio paziente che interessa direttamente chi gestisce reti segmentate, infrastrutture critiche e ambienti OT.

Chi è Velvet Ant e cosa ha fatto

La rete colpita non aveva accesso diretto a Internet. Per arrivarci, il gruppo si è appoggiato a sistemi esposti come ponte, instradando i comandi attraverso un server web pubblico fino al segmento isolato. Una volta dentro, niente malware vistoso: l’attaccante ha sostituito i programmi di login considerati affidabili. Sui sistemi compromessi è stato rimpiazzato il modulo pam_unix.so, in nove varianti distinte individuate dai ricercatori, ciascuna compilata in un ambiente di build separato; una famiglia consentiva soltanto l’accesso con una password segreta, l’altra combinava il bypass (tramite credenziale fissa Pamauth@123456) e la registrazione silenziosa di nomi utente e password reali a ogni accesso legittimo. Gli stessi programmi di OpenSSH sono stati alterati per annotare credenziali e ogni comando digitato, con un flag nascosto (-d) per disattivare la registrazione quando serviva, come ricostruito da BleepingComputer. Il punto critico, sul piano difensivo, è che la compromissione del sistema di autenticazione svuota le contromisure abituali: reimpostare le password o terminare le sessioni serve a poco quando proprio il componente che verifica quelle credenziali lavora per l’attaccante. La presenza diventa indistinguibile dalla normale attività amministrativa, perché si annida in pam_unix.so, sshd e ssh, file presenti praticamente su ogni host Linux.

Non è la prima volta

Lo schema è coerente con la storia del gruppo. Ogni volta che i difensori scoprono un punto d’appoggio, Velvet Ant si sposta verso apparati meno monitorati. Nel 2024 Sygnia lo aveva osservato trasformare appliance F5 BIG-IP esposte in server di comando interni; più avanti nello stesso anno il gruppo sfruttava una falla di Cisco NX-OS, CVE-2024-20399, per impiantare una backdoor sugli switch (un bug che richiede privilegi di amministratore, quindi strumento di persistenza più che di intrusione iniziale, corretto da Cisco a luglio 2024 e segnalato come sfruttato dalla CISA il giorno successivo). Operation Highland è la stessa idea, un livello più in profondità: bilanciatori, switch e ora il software di login sono affidabili per default e quasi mai verificati, ed è esattamente per questo che un attaccante paziente vi si nasconde.

Perché conta sul piano geopolitico

La vicenda conferma una tendenza che le agenzie occidentali segnalano da tempo: gli attori nation-state, e in particolare quelli di matrice cinese, privilegiano il pre-posizionamento di lungo periodo nelle reti strategiche rispetto all’attacco rumoroso, come rilevato da più analisti. La furtività non nasce tanto dall’uso di strumenti integri così come sono (tecnica living-off-the-land, presente semmai nella fase d’ingresso con utility pubbliche come GS-Netcat e un proxy SOCKS5 in Perl), quanto dalla manomissione dei binari di autenticazione: l’attaccante si maschera da componente fidato, riscrivendo i programmi di sistema con versioni trojanizzate. È una sovversione della catena di fiducia, difficile da attribuire e rilevare, coerente con obiettivi di intelligence più che di estorsione. Per i settori a maggior valore (difesa, telecomunicazioni, energia, pubblica amministrazione) la lezione operativa è netta: la segmentazione non basta, perché la catena di fiducia (supply chain del software di sistema) include ora anche i sistemi di autenticazione. La risposta, avvertono i ricercatori, non è il patch, ma la verifica di integrità. Operation Highland non è un problema da un solo CVE: i programmi affidabili sono stati alterati dopo l’ingresso, quindi serve confrontarli con copie note e integre, monitorare i file di PAM e OpenSSH per ogni modifica, e soprattutto rimuovere la backdoor prima di reimpostare le credenziali, collaudando in laboratorio qualsiasi sostituzione per non bloccare gli amministratori fuori da un sistema in produzione.

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Domande frequenti

Chi è Velvet Ant e che cosa ha fatto con Operation Highland?

Velvet Ant è un gruppo riconducibile alla Cina che, secondo la ricerca di Sygnia dell'11 giugno, ha modificato PAM e OpenSSH di Linux per restare per quasi un decennio in una rete isolata. Le tracce più antiche risalgono al 2016.

Come è arrivato Velvet Ant a una rete senza accesso a Internet?

La rete non aveva accesso diretto a Internet, quindi il gruppo si è appoggiato a sistemi esposti come ponte, instradando i comandi attraverso un server web pubblico fino al segmento isolato.

Come si è nascosto il gruppo dentro il sistema di login Linux?

Ha sostituito il modulo pam_unix.so, in nove varianti, con versioni che permettevano l'accesso con una password segreta o registravano in silenzio le credenziali reali. Ha alterato anche OpenSSH per annotare credenziali e comandi digitati.

Perché reimpostare le password non basta contro questa compromissione?

Perché il componente che verifica le credenziali lavora per l'attaccante, quindi reimpostare password o terminare sessioni serve a poco. La presenza si confonde con la normale attività amministrativa, in file presenti su ogni host Linux.

Come ci si difende da una compromissione di PAM e OpenSSH?

La risposta non è il patch ma la verifica di integrità: confrontare i programmi con copie note e integre, monitorare i file di PAM e OpenSSH e rimuovere la backdoor prima di reimpostare le credenziali, collaudando in laboratorio ogni sostituzione.